martedì 13 giugno 2023

Il fiume e il tempo

Il fiume e il tempo
pubblicato sul sito "La poesia e lo Spirito"

Ricordo tutto della strada percorsa. Ma non ricordo come sia finito sulla sponda di questo fiume in un territorio assolutamente verde. Un verde che luccica di foglie e erbe, tanto fitte le une, tanto alte le altre, insieme a formare una stanza sconfinata con un grande balcone spalancato su un orizzonte verde che ondeggia al fiato dolce del vento. 

Sto bene. Il mio abito è in perfetto ordine. Il viso sbarbato, i capelli lievemente arruffati come sempre. L’aria profuma di dolce umido muschio. Il fiume scorre lento, verde e silenzioso. La luce è diffusa in tutte le direzioni senza che se ne veda la sorgente.

Non occorre che mi guardi ancora intorno. Ci siamo io e nessun altro. Tanto silenzio mi avvolge con un vago senso d’angoscia.

M’incammino senza sapere dove dirigermi. Seguo la sponda del fiume come fa il leopardo quando ha sete e cerca il punto più basso per bere. Mi guardo nello specchio sfuggente dell’acqua. Il mio abito scuro mi fa somigliare un po’ al leopardo.

Sono senza provviste e penso a quando avrò fame. Ho vissuto sempre in città e non sono assolutamente in grado di riconoscere che tipo di piante vivono nelle zone disabitate. Certo – mi dico –le piante crescono anche nelle città. Viali alberati, ampi parchi e giardini, piccoli spazi verdi tra le case. Ma quella rara frutta che si vede sugli alberi non è commestibile.

Nei mercati o nelle campagne non volano i petali dei ciliegi o delle mele, tutto è regolato anche i profumi della merce sulle bancarelle e nelle cassette, e i prodotti che i coltivatori mettono in mostra puoi solamente guardarli. Morderli, se li hai acquistati.

In città solo il vento si muove liberamente. Ma è un vento crudele. Urta i palazzi, ne assorbe gli umori, scende a raffiche sulle strade e i passanti abbassano la testa così per tanto tempo che dalla loro mente spariscono un qualsiasi cielo e anche le piante. 

A primavera gli unici fiori sono le case, alcune memoria di antiche fioriture, altre sbocciano, giorno dopo giorno, dal cemento come le loro radici e strappano alla terra lo spazio per esistere. Non rimpiango quel modo di vivere né tutti i vantaggi che sento d’aver perduto. So che il momento che vivo è libertà. Anche dalle abitudini che pur sono un piacevole conforto.

Torno a specchiarmi nel fiume e mi assalgono lo stupore e l’orrore che potrei anch’io essere in fuga come lui.

Ma perché fuggire? La fuga non è che un modo per uscire da una situazione difficile, triste, dolorosa. Io nulla di tutto questo. Sono sposato, ho tre figli e un’amante francese. Insegno letteratura moderna all’Università di Bologna e a quella di Grenoble. Pubblico saggi letterari e scrivo poesie, che sono lette in moltissime nazioni perché tradotte in diverse lingue. Non ho più nulla da desiderare. Non mi manca nulla. Eppure il luogo in cui mi ritrovo è la dimostrazione che fuggo.

Il silenzio mi angoscia e mi spinge a interrogarmi ancora più a fondo se questa fuga non sia che il bisogno di desiderare novità inesplorate.
 Come nel mito di Ulisse, se in mia moglie trovo Penelope e nell’amante la mia Calipso, nella mia mente cerco ogni giorno i mari da esplorare assieme a compagni-fantasma che mi permettono di lasciarmi incantare dalla melodia dell’effimero, quella a cui Ulisse è riuscito a sfuggire, quella che in fondo attraversa i miei versi. 

Nei miti il mare e gli inferi sono oggetto di esplorazione. Ma in questo luogo io sto vivendo il mito primordiale del Paradiso, prima ancora che l’uomo fosse creato.

Nel Paradiso l’acqua dei fiumi scorreva come adesso?

Mi siedo ai piedi di un albero. Fra i rami rivedo la mela che Eva staccò e quella che dicono cadde sulla fronte di Newton dando un nome al peso umano, al precipitare nel tempo. 

Sulla sponda del fiume mi sembra di scorgere l’ombra di Eraclito che passeggia e scrive la sentenza che nessuno potrà cancellare. La ripeto mentalmente, nella lingua di Borges che definisce il filosofo l’artificio di un uomo grigio: Nadie baja dos veces a las aguas del mismo río. 

I fiumi e il tempo. Entrambi nomi immobili che portano in sé l’acqua e le ore, misure dell’esistere, del mutamento, annuncio silenzioso della morte.

È qui, in questo virginale verde a fianco del fiume, contro lo scorrere dell’acqua e delle ore, che voglio scrivere il mio ultimo verso, quello che contiene in sé tutte le lingue, e disperatamente trattenere l’eterno.
Marcello Comitini

martedì 14 maggio 2013

LA METAFORA E L'ARTIGIANO

Beatrice Borroni - Il vestito della sposa (cm.100 x 90)- (Firenze, 2012)
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 Esiste “ un linguaggio obiettivo che prescinde dalle epoche e dagli stili” ? Nelle righe che seguono espongo una mia proposizione. Se per “linguaggio obiettivo” si intende il meccanismo che consente al fruitore dell’opera l’atto di vedersi riflesso nella “narrazione” artistica (figurativa e letteraria), allora posso tranquillamente affermare che tale “linguaggio” esiste nella metafora, che è il luogo privilegiato della manifestazione simbolica, di quella espressione, cioè che consente di traslare l’io individuale nella dimensione “altro da sé”. Qui non parlo della metafora (morta in realtà) appartenente alla memoria retorica ma di quella che contiene in sé l’impertinenza semantica, la deviazione e la decostruzione del significato nel suo uso comune e diffuso. Non si tratta di modificare o sostituire un segno soltanto, ma di sommuovere un’intera trama di segni per mezzo di una attribuzione insolita. La metafora “viva”, e quindi non retorica, non gioca sui termini ma sui rapporti tra i termini, sulle idee, mettendo in tensione lo scarto con la logica consequenziale e deduttiva ordinaria, la deviazione che scompiglia l’ordine classificatorio comune. Quando ciò avviene anche nell’artigianato, l’opera esce dai “canoni codificati nel tempo” e si trasforma in opera artistica.

martedì 2 dicembre 2008

Le stanze di cosa?

Le stanze del mio e del vostro "dentro". Le stanze dove riflettere insieme e commentare l'umano disumano sentire.
Le stanze dove si incontrano l'alba e il tramonto e nel mezzo sta un limbo di grigio indistinto.
Stanze che non trasformano il limbo in un giorno, non trasformano la disperazione in speranza, la vecchiaia in giovinezza, il diabolico in santità.
Stanze che non hanno finestre, ma sono piene di luce anche quando il sole è sparito e le nuvole riversano sulla città una nebbia che accieca.
Stanze che racchiudono speranze e dolori, la morte e la vita, la gioia e la disperazione.
E racchiudono chiacchiere di uomini e donne che si ritrovano a raccontare, a se stessi e agli altri, come in fiabe gentili o racconti dolorosi di amori conquistati, di amori perduti.